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martedì 18 giugno 2013

O Rei

Quella sera il piccolo Andrea faceva fatica ad addormentarsi.
"Papà, mi racconti una bella storia?"
"Va bene! Che storia ti piacerebbe?"
"Quella in cui io divento un calciatore famoso...".
"Allora vediamo... Quella sera il bravissimo Andrea Pirlo si preparava a giocare una partita molto importante: per la centesima volta avrebbe indossato la maglia della Nazionale. Ormai era un calciatore così famoso che anche lì, nel Tempio del Calcio Sudamericano, il mitico stadio Maracanà di Rio de Janeiro, tutti lo conoscevano e lo ammiravano. In particolare era diventato un idolo per la sua precisione nel tirare i calci di punizione dai venti metri. Così, quando nella partita tra Italia e Messico della Confederations Cup l'arbitro fischiò una punizione per l'Italia, dalle tribune del Maracanà iniziò a levarsi un coro che lo invocava a gran voce: Pirlo! Pirlo! Pirlo! Tutti si aspettavano un'esecuzione memorabile del maestro. Andrea sistemò il pallone con cura, prese qualche passo di rincorsa, e con una parabola disegnata mandò il pallone ad infilarsi sotto l'incrocio dei pali. Tutti si alzarono in piedi per applaudirlo, acclamandolo a gran voce, e lui si voltò verso il pubblico felice come non mai: era diventato il re, 'o rei del Maracanà.... Andrea, ma mi stai ascoltando? Guardalo, si è già addormentato e sorride beato....".
Sogni d'oro, piccolo Andrea! Chissà, magari un giorno questa favola potrebbe diventare realtà. O magari lo è già diventata...



mercoledì 27 marzo 2013

Lasciatelo segnare

Quando Mario fa il Super, non ce n'è per nessuno. Neanche per il Brasile.
Va bene, l'amichevole di Ginevra tra l'Italia e la Nazionale verdeoro del 21 marzo 2013 non vale certo come una partita di Coppa del Mondo.
Ma ci vogliono classe, carisma, coraggio e consapevolezza  - oltre alla giusta dose di culo, altro elemento fondamentale in questo concentrato di fattore c - per decidere di provare un tiro da lontano così, sapendo che tutti sono lì pronti a criticarti proprio perché ti chiami Balotelli e hai quel fare da bullo di periferia che ti rende antipatico al mondo.
Per quel che mi riguarda, finché in Nazionale gioca e segna così, lasciatelo essere antipatico e sbruffone quanto gli pare.
Sai che ridere se tra un annetto o giù di lì fosse ufficialmente dichiarato "persona non gradita" in Brasile, dopo aver segnato un gol del genere in una partita dei Mondiali 2014, magari proprio al Maracanà e contro la Seleçao?
Lasciatemi sognare.
Lasciatelo segnare.
E' un italiano: un italiano vero - e nero.
(Con sentiti ringraziamenti a Toto Cutugno).

venerdì 24 febbraio 2012

Maglia abbagliante, gol folgorante

Viviamo anni di forzata sobrietà, di generale malcontento per il presente, di magre speranze per il futuro.
Ci aggrappiamo ai miti del nostro passato per ritrovare conforto e certezze. Lo stile delle maglie da calcio non fa eccezione: oggi molte squadre propongono una prima divisa ufficiale che almeno in qualche particolare richiami le maglie storiche, soprattutto degli anni Sessanta e Settanta.
Ma non è sempre stato così.
Negli sgargianti, frivoli e spendaccioni anni Ottanta, c'era un'assoluta voglia di novità: tutto quello che era passato sapeva di vecchio, inadeguato, quasi imbarazzante.
Colori fluorescenti, effetti tridimensionali, materiali sintetici: ecco come doveva essere una maglia da calcio al passo con i tempi. E ce n'era una davvero perfetta, il sogno di tutti noi bambini: la maglia dell'Olanda agli Europei 1988.
Una maglia entrata nella storia - col senno di poi - per la sua bruttezza, ma soprattutto per questo gol segnato da Marco Van Basten nella finale contro l'Unione Sovietica. Un tiro al volo da manuale del calcio, che tutti noi, dopo averlo visto in tv, abbiamo provato ad imitare almeno una volta.
Per avvicinarmi all'inarrivabile modello, qualche mese dopo per il compleanno mi sono addirittura fatto regalare le scarpette da calcio Diadora modello Van Basten: un "must" assoluto per tutti i ragazzini che sognavano di diventare un calciatore e segnare un gol così.
Bellissime. Scintillanti. Al passo con i tempi. Perché il logo, naturalmente, era verniciato di arancione fluorescente...




mercoledì 22 febbraio 2012

Campioni del Mondo

Sono arrivato troppo tardi per ricordarmi Pablito che fa piangere il Brasile o l'urlo di Tardelli al Bernabeu.
Estate 1982, non avevo ancora tre anni.
All'epoca delle due affermazioni consecutive del 1934 e 1938, invece, ci volevano ancora un paio di generazioni per concepirmi.
Per me, quindi, siamo diventati Campioni del Mondo a Berlino nel 2006. E, certo, ricordo la snervante sequenza di rigori contro la Francia. E, certo, ricordo Civoli che esulta dicendo "Il cielo è azzurro sopra Berlino!" - formula troppo costruita, però, per toccare nell'intimo come i tre "Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo!" scanditi da Nando Martellini 24 anni prima.
Ma il "mio" Mondiale del 2006 rimarrà per sempre legato al ricordo della semifinale con la Germania. Una partita di sofferenza, e non solo per gli azzurri in campo: io l'ho vista alla tv nell'appartamentino che a quel tempo occupavo in affitto a Torino, dove lavoravo; per l'occasione mi avevano raggiunto da Vicenza mio papà Giancarlo, mia mamma Marina e mio fratello Alessandro.
Il televisore era molto vecchio, e talvolta iniziava a far ballare l'immagine in alto e in basso. Occorreva assestare qualche scapaccione deciso, insistendo su punti ben definiti, perché l'immagine smettesse di oscillare.
Durante quella partita, ci sono volute diverse sberle, spesso in momenti delicatissimi. Gli improperi dei tre maschi davanti alla tv non sono riferibili.
L'ultimo schiaffone al fianco del televisore, l'ho assestato pochi secondi prima di questo calcio d'angolo.
Non sapevo che, di lì a pochissimo, ci avrei rimesso una corda vocale a furia di gridare...